PER CRESCERE INSIEME

In questa sezione si riportano una serie di articoli interessanti, scritti da Pino Pellegrino* per aiutare i genitori nella loro azione educativa. Dal suo libro “La pedagogia controcorrente dei genitori salmoni” presentiamo il manifesto dei “genitori salmoni” (come l’autore ama definire i genitori che vanno controcorrente), all’opposto dei genitori “replicanti” (che seguono la logica del “così fan tutti”).

I genitori salmoni:
– Sanno che amare significa sostenere il figlio, non cadergli ai piedi.
– Sanno che, talora, appartenere all’1% è una fortuna.
– Lasciano che il bambino se la cavi al più presto da solo.
– Non lo fanno crescere con il sedere nel burro.
– Non lo eleggono a capo famiglia.
– Non ammettono che il bambino abbia la televisione personale nella sua cameretta.
– Non trasformano il primo giorno di scuola in una sfilata di moda.
– Non perdono la testa per la festa del compleanno.
– Rifiutano che il bambino sia spremuto da tanti corsi.
– Preferiscono che sia felice, più che famoso.
– Credono nell’alto valore pedagogico dell’educazione religiosa.
– Si impegnano perché il figlio diventi grande, non solo grosso.
– Hanno la collera buona.
– Sono convinti che oggi, per fare passi avanti, occorre fare passi indietro, per non fare passi falsi.
– Sanno che il tempo delle parole è scaduto. È l’ora dell’impegno.

OCCHIO AL COSISMO (di Pino Pellegrino)
Le cose ci arricchiscono di beni, ma ci impoveriscono d’umanità. L’educatore deve prenderne coscienza. Per questo desideriamo informarlo sull’insidia del “cosismo” per mettere in salvo l’educazione.
“Cosismo”: parola che non si trova nei dizionari, ma in mille cervelli. Il “cosismo” è una malattia subdola, difficile da portare a galla. Noi vogliamo provarci, per guardarla in faccia e metterla KO, tanta è la sua pericolosità. Insomma, che cos’è il misterioso ‘cosismo’? Il “cosismo” è la malattia di chi è affascinato dalle cose, ammaliato dalle cose. Nelle cose crede, dalle cose spera, le cose ama! In una parola, il “cosismo” è la ‘filosofia’ di chi pensa che tutto si possa risolvere con l’avere cose.
“Avere” una bella casa, risolve il problema della famiglia.”Avere” l’attrezzatura scolastica perfetta, risolve il problema dell’apprendimento. Oh, intendiamoci! Le “cose” hanno, certo, il loro valore, ma un valore molto relativo. Il motivo è chiaro: perché le ‘cose’, di per sé, non sono fattori di crescita!
Credere che per essere di più occorra avere di più è il tranello del “cosismo”!
Vi sono scolari brillanti per nulla accessoriati.
Vi sono famiglie riuscite in case che non hanno il robot aspirapolvere, il Bimby, il condizionatore, la vasca idromassaggio…
A questo punto il lettore già ha capito dove vogliamo arrivare: vogliamo togliere alle ‘cose’ la dignità che non hanno! L’operazione è seria e urgente!
Oggi le “cose” stanno superando in importanza le persone. Ieri si diceva: «La mia maestra», oggi si dice: «La mia auto». Le cose diventano criterio di valore. Chi non produce (vecchi e bambini) viene considerato inutile. Le cose minacciano la nostra stessa identità. C’è chi pensa che per essere elegante nei modi sia sufficiente essere elegante e alla moda.
Le “cose” creano mentalità: la mentalità del “produrre”, del “fare”.
È dalla mentalità prodotta dal “cosismo” che nasce uno dei modi di dire più pericolosi per la dignità dell’uomo: è il dire, tranquillamente: «Fare un figlio». Gli uomini non si producono come le melanzane: gli uomini si generano!
Ma andiamo più a fondo e vediamo come le ‘cose’ possono disturbare l’educazione.
Le cose causano persone insoddisfatte. Più cose si vedono, più diventano necessarie. Ieri erano le necessità a far nascere le cose, oggi sono le “cose” a far nascere le necessità! Un tempo si cercava l’acqua perché si aveva sete; oggi, tutte quelle bibite, tutti quei gelati fanno nascere mille seti che, se non vengono soddisfatte, creano tensioni. Lo psichiatra Massimo Recalcati (1959) è arrivato a dire che “l’ingorgo degli oggetti genera angoscia!”.
Le cose possono formare individui deboli. Avendo sempre più cose, finiamo con il far lavorare sempre meno noi stessi. Usiamo l’automobile più che i piedi, la calcolatrice più che il cervello, la ‘biro’ per gli appuntamenti, più che la memoria.
Insomma, le cose possono addormentarci!
Un terzo danno causato dalle cose è più raffinato: troppe cose portano alla caduta del desiderio. Che cosa può ancora sognare per Natale un piccolo d’oggi già ingolfato da tutti i giochi elettronici possibili e da tutti i cibi e i divertimenti immaginabili? Tiriamo le somme: ragazzi insoddisfatti, ragazzi deboli, ragazzi spenti, senza tensione.
Occhio, dunque, alle “cose”! Le “cose” non sono mai innocue! A forza di “avere” sempre più, l’uomo rischia di non “essere”  più! In altre parole: le “cose” ci arricchiscono di beni, ma ci impoveriscono di umanità. Occorre reagire! In che modo? La risposta è nel valore della “sobrietà”, al cui apprendimento può essere riservato un capitolo di tutto rispetto nei Trattati dell’arte di educare. La sobrietà, infatti, può essere materia di insegnamento e di apprendimento. La sobrietà è una scelta di cultura: la scelta di chi decide di resistere allo spreco, al lusso, al consumismo. Essere sobri non significa essere poveri, miseri, pitocchi. Essere sobri significa rifiutare il superfluo e accontentarci del necessario. Di ritorno dall’India, un grande scrittore ha confidato: «Ho imparato a lavarmi dalla testa ai piedi con meno di mezzo litro d’acqua». La sobrietà s’impara! Ecco tre proposte:
Incominciamo con l’alleggerirci.
Le statistiche dicono che nelle case italiane sarebbero nascosti cinque miliardi di vecchi abiti che non si usano più. È vero: sarà duro liberarci di tante cose. Ogni oggetto, per quanto inutile, rappresenta un legame emotivo con un luogo, una persona, un momento. Sarà duro, ma proviamoci! Daremo meno tempo alle cose e più a noi. Ci sentiremo più liberi, più sciolti, meno schiavi.
Godiamoci le gioie senza soldi
Anche questa è una buona mossa per liberarci dall’idea che solo l”avere’ possa portare a una qualche felicità. In realtà vi sono tante gioie che non hanno per nulla bisogno di cose: guardare un bambino che ride; accarezzare chi ci ama;
ritrovare un oggetto che avevamo smarrito; svegliarsi dopo aver dormito bene; contemplare il tramonto; sentire lo squillo del telefono quando si è innamorati; ricevere gli esami fatti all’ospedale attestanti che non c’è da preoccuparci per niente!
L’elenco delle felicità impalpabili potrebbe benissimo continuare per una sola conclusione: nel mondo vi sono germi gratuiti di gioie sparsi ovunque che dipendono solo dal cuore che sa accoglierli, non dalle cose.
Doniamo!
Donare è un ottimo esercizio per allenarci all’essenziale, per liberarci dal virus dell’accumulo. Il dono contrasta con la mentalità del possesso; fa uscire dal narcisismo, dall’egocentrismo. Il dono sconfigge la malattia del cosismo di chi è ammaliato dalle cose, affascinato dalle cose. Il dono è occasione di felicità: «È più bello dare che ricevere» (Atti 20,35) ha detto Gesù.

 

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